Intervista a Fulvio Sigurtà


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Vi presento una recente intervista che Fulvio Sigurtà ha gentilmente concesso a TrumpetClub. Fulvio come dicevamo in un precedente post di presentazione del suo ultimo disco, è una gradita rivelazione e si sta mettendo in luce a livello internazionale grazie alla sua freschezza improvvisativa e compositiva, supportate da una preparazione tecnico-strumentale eccellente. Con molto piacere gli ho rivolto alcune domande:

D – Ho letto, nella tua biografia, che hai cominciato a studiare la tromba da giovane in banda. Raccontaci come è nata questa passione…

Ciao , diciamo che ho iniziato da bambino, mio fratello , di tre anni più vecchio aveva iniziato a studiare clarinetto ai corsi della banda , che si tenevano tutti i sabati pomeriggio. E quando dopo qualche mese di solfeggio (pace alla buon anima del sig. Bona……..) arrivo’ a casa con un clarinetto . Ricordo un fascino pazzesco uscire da quella custodia , cosi come emozionante fu tornare a casa poco più di un anno dopo con una vecchia ( ma luccicante dopo la lucidatura) tromba marcata “Desidera”.
Non ne ho più incontrate nella mia vita trombe di quella marca.
Di fatto iniziai con lo studio della batteria , ma dopo qualche mese l’insegnante non poté più insegnare e cosi mi chiesero di suonare la tromba.
Dissi ovviamente di si…..
Ho un bellissimo ricordo della scuola di musica, era un luogo affascinante e cosparso di fotografie che andavano indietro negli anni e in una c’era anche mio padre giovanissimo con divisa e cappello.
Di solito a Natale sono in Italia e se riesco mi piace suonare con la banda per il concerto di rito, rivedere gli amici che continuano con passione questa importante tradizione.

D – Che cosa ti ha spinto a scegliere la tromba e il jazz, piuttosto che la musica classica?

Direi che il jazz e’ arrivato quando ero già in conservatorio per il corso di tromba classico . Ho cominciato ad ascoltare Chat e poi Freddie Hubbard , che aveva un suono molto “classico” a mio modo di vedere, poi Miles e cosi via. Avevo un compagno di corso, Francesco , che mi diede le prime lezioni di teoria su come suonare un blues e sui modi delle scale. Credo che al giorno d’oggi non ci si possa e non si debba piu’ barricarsi dietro ad un confine di genere. Anzi, il compito del musicista di jazz oggi e’ quello di non avere barriere e pregiudizi.

D – Parlaci del tuo ultimo disco a tuo nome “House of cards”. Come nasce, a cosa ti ispiri per comporre?

Nasce soprattutto da un’idea di suono di gruppo. Quando scrivi pezzi di jazz devi pensare a chi li suonera’ e in questo caso tutti i musicisti hanno una fortissima personalita’ . Con questo gruppo i pezzi suonano meglio di come li potessi immaginare. Mi sento molto fortunato. Per quanto riguarda la scrittura parto sempre da un’idea melodica o ritmica che poi sviluppo in maniera che definirei “artigianale” dandogli un forma precisa. Niente di esoterico, per fortuna non ho la necessita’ di Allevi di mangiare solo tonno per settimane per il rischio di perdere l’ispirazione …Ho un’approccio più’ pratico.

D – Quali sono i tuoi musicisti di riferimento a livello jazzistico?

Tantissimi, ovviamente difficile citarli tutti. Pero’ siamo su un sito di trombettisti per cui faro’ qualche nome di trombettisti di riferimento a partire dai soliti Miles e Woody Shaw per passare a John Hassel e Arve Henricksen poi Rava che adoro, Kenny Wheeler e Dave Douglas. Caspita andrei avanti a citarli tutti…Un’altro…Giovanissimo : Amrose Akinmusire.

D – Nella tua preparazione tecnico strumentale a quali aspetti tecnici hai dato o dai maggior peso?

Senza alcun dubbio il suono, ci ho speso davvero, e ci spendo tuttora, tanto tempo e attenzione. Il suono e’ tutto: non servono migliaia di note per emozionare, ma una nota che contiene tutto quello che vuoi esprimere, questo e’ il mio obiettivo.

D – Per diventare un bravo trombettista jazz, cosa bisogna curare di più: studio delle scale, fraseggio, studio dell’armonia, suonare con le basi musicali, ascoltare tanta musica jazz o altro?

Certamente l’ascolto , lo studio in generale della teoria etc. sono elementi importanti ma e’ l’ascolto di se stessi il valore aggiunto. Il jazz ti da’ la possibilità’ di essere davvero te stesso, di poter scegliere un suono che ti rappresenta e tutto , secondo me, dovrebbe convergere verso lo sviluppo di una propria personalità’, di una vocalità’ il più’ possibile connessa con il cuore e con la pancia. Altrimenti non sei credibile, anche se suoni benissimo lo strumento.

D – In Italia ci sono oramai diversi trombettisti, affermati a livello internazionale, sia nella musica jazz che in quella classica. Secondo il tuo parere cosa ha permesso questa crescita di eccellenti talenti?

L’italianita’ e’ una cosa che esiste davvero, anche se stanno cercando di convincerci che non e’ così, e se vivi all’estero per qualche anno te ne accorgi perché e’ contagiosa.
Forse c’e’ uno spirito e una voglia di riscatto oppure una mera necessita’ che fa si che ci si dedichi fino in fondo e con passione allo studio. Io non credo molto nel talento, credo di più’ nella dedizione.
E per suonare la tromba le cose davvero necessarie sono dedizione e costanza. Magari il contesto storico ha fatto si che si sviluppassero questi due fattori, non so…

D – E arriviamo a qualche domanda tecnica. Ci descrivi brevemente una giornata di allenamento con la tromba?

Come sai dipende sempre da quanto tempo hai a disposizione. Diciamo che un po’ di “buzzing” (fatto molto gentilmente, pianissimo) e gli esercizi con il bocchino di Vizzuti non mancano mai tutte le mattine. Poi non mancano mai gli studi per quarte che per me hanno sostituito gli esercizi sulla flessibilità’ del Colin.
Poi le scale: cerco di rispolverarle tutte (maggiori – min melodica e armonica) cambiando pronuncia, tempo e dinamica e fraseggiando. Mi piace passare dall’assoluta rigidità alla massima libertà’.
In mezzo ci metto spesso delle note pedali o dei brevissimi esercizi di flessibilità per lo sviluppo dell’estensione.
Se arrivo da un periodo intenso, dove magari ho viaggiato molto e studiato poco passo la prima giornata di studio facendo esercizi con il bocchino e note lunghe per ritrovare il centro. A volte questa fase può durare qualche giorno ma cerco di non farmi prendere dal panico, ormai ci sono abituato a “ricominciare da capo” 😉

D – Per finire, ci dici qualche cosa sul tuo “equipaggiamento” trombettistico: marca e modello; quale flicorno usi; quale imboccature preferisci?

Al momento suono una tromba Monette Classic 993 e un flicorno Couesnon-Triebert degli anni 60. Talvolta mi piace riprendere in mano la buona vecchia Bach 72 stella o la Callet Synphony alla quale ho messo un cannello Molone B1. Dipende sempre dal contesto.
Per quanto riguarda il bocchino da anni uso un Monette B3. Sulla 993 uso un B3 -88 prana – talvolta uso il B2 prana o se ho bisogno di un suono più’ a fuoco uso un B3S3 -81 prana.
Sulla Bach e sulla Callet uso o un B3 standard o molto raramente e solo in studio di registrazione se ho bisogno di un suono molto squillante uso un B2LDS.

Ti ringrazio per aver speso con noi un po’ del tuo prezioso tempo,  e  ti auguro tanto successo per i tuoi lavori futuri.

Grazie a voi per l’interesse e un saluto a tutto il blog !!!
Fulvio

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Pubblicato il giugno 17, 2011 su INTERVISTE, Jazz, Tromba, Trombettisti Italiani. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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